Sento diversi economisti e politici che puntano il dito contro il basso tasso di natalità italiano, quasi che fosse motivo della scarsa crescita economica del paese. Ora io sarò pure un modesto politico, ma in matematica ho strappato diversi dieci.
Scorrendo pagine, cartacee e non, di offerte di lavoro non si ravvisa certo questa floridità di offerte appetibili alla disperata ricerca di giovani di talento che preferiscono restare a casa a poltrire. E’ innegabile che siano impieghi interessanti sul mercato, è innegabile anche che tanti siano preventivamente occupati per natali o amicizie. E’ notizia di qualche giorno fa che il 44% dei laureati in Giurisprudenza (laurea regina in Italia) abbiano di che lamentarsi per la carriera post accademica.
Per accedere alla professione di avvocato è necessario un tirocinio gratuito (nel senso che non si viene pagati) di due anni in uno studio avvocatorile. Questo di per se esclude tutti coloro che non siano nella possibilità di essere mantenuti, perché se mentre all’Università si può (con grande difficoltà) conciliare studio e lavoro, ciò è impossibile successivamente. Alla faccia delle pari opportunità: questa sarebbe la par condicio di cui si dovrebbe occupare il governo Berlusconi, altro che più tempo in tv per Forza Italia. Se tuttò ciò vale per Giurisprudenza figuriamoci cosa posso farci con la mia laurea in Lettere: vale meno del Foglio.
Insomma, è innegabile che l’offerta (intesa qui come chi si offre per lavorare N.d.R.) di lavoro superi o non si incontri con la domanda (chi ha bisogni di lavoratori), questo stante l’attuale tasso di crescita demografica. Io mi chiedo cosa accadrebbe se esso raddoppiasse o triplicasse per magia dall’oggi al domani. Semplicemente raddoppierebbe o si triplicherebbe il tasso di disoccupazione. Quale geniale soluzione per l’economia italiana!
Oltretutto la stessa richiesta di una maggiore proliferazione è stupida. Non prendiamoci per i fondelli: oggi si fanno quanti figli si fanno perché:
- si può, e se non se ne fanno di più è perché non si vuole;
- o si può con grandi sacrifici e non se ne potrebbero economicamente fare di più anche se si volessero;
- o non importa se si possa o meno, tanto li si manda a lavorare presto che portano i soldi a casa e magari garantiscono assegni dello Stato e questi sarebbe meglio non facessero figli.
L’unico margine di ipotesi di crescita demografica si riscontra quindi nella seconda categoria, che ne è però impossibilitata per motivi economici. Eccolo qua: sempre l’ingessamento dell’economia italiana. Ecco quindi che il maggior incremento demografico non può che discendere da un precedente riavvio virtuoso del sistema. Questo, immettendo più ricchezza nelle tasche delle famiglie permetterebbe l’incremento della natalità ed i nuovi giovani andrebbero poi a ricoprire i maggiori incarichi che una società in crescita richiederebbe.
Ora la domanda fatale: come si disincrosta l’economia italiana? Ecco qui comincia il compito degli economisti. Certamente l’aumento dell’età pensionabile non va in questa direzione. Chiaramoci: è tecnicamente necessaria perché per decenni ladroni pubblici hanno prosciugato le casse Inps fino a sottrarre la ricchezza di una generazione e perché in effetti l’aspettativa di vita è aumentata.
Però così facendo si ingessa ancora di più il mercato del lavoro: per cinque anni (e cinque anni sono tanti al giorno d’oggi) vengono congelati migliaia di accessi all’impiego mentre i venticinquenni diventano trentenni. Tutto questo fatto da una maggioranza che si riempe assai a sproposito la bocca della parola libertà e liberismo e mentre vengono assunti quasi 10.000 insegnanti di religione nella scuola pubblica. La cui reale utilità al sistema (ed io sono uno che crede molto all’importanza della cultura e dei valori, non solo del mercato, mercato, mercato) è prossima a quella degli ombrellai. Vedete ombrellai in giro? Con tutto il rispetto per gli ombrellai, certamente un mestiere affascinante.
Comunque le cose da fare sono sempre le stesse da sempre e c’è sempre lo stesso motivo da sempre per cui non si fanno (come disse una volta Craxi a chi glielo suggerì Ma ci vuoi far perdere le elezioni?
): le poltrone su cui si sta seduti sono molto comode e non sono mai abbastanza e, pare strano (ammetto che non l’ho ancora capita del tutto), paga di più accontentare quei due, tre milioni di persone giuste che non i quaranta milioni di cittadini che non contano un cazzo.
Solo tratteggiando le cose da fare:
- Infrastrutture per un più veloce ed effice transito di cose e persone (che non vuol dire il Ponte sullo Stretto o meglio vada ma solo dopo che si è fatto tutto il resto);
- Decisi investimenti per un potenziamento energetico ecocompatibile, ma riconsiderare, perché no, il nucleare;
- Lotta senza quartiere all’evasione fiscale oltre che alla mafia;
- Abolizioni di tutti quei privilegi, licenze o corporazioni che garantiscono alcuni gruppi professionali e di potere. Una bella “tirata d’orecchie” a banche, assicurazioni e tlc;
- Un bello sfoltimento del pubblico impiego;
- Un bel taglio con gli aiuti di stato, da trasformare in incentivi appetibili per chi davvero crea ricchezza;
- Un bella regolamentazione della classe politica: se hai l’onore di stare in parlamento non puoi svicolare per dedicare tempo alla tua personale professione, vero signori avvocati?
- Basta dare soldi alla FIAT.

Dare delle ricette univoche è sempre difficile, specie quando si è in un’epoca nella quale sembra essersi un po’ perso quello slancio in termini di entusiasmo nell’affrontare la vita ed il lavoro che aveva contraddistinto la più umile Italia dal dopoguerra fino all’altroieri. Però i punti che hai indicato sono in buona parte condivisibili. Sul punto attinente alla questione energetica (della quale la politica sembra non si voglia occupare in maniera seria) avrei però un’obiezione da porre, dettata parzialmente anche da alcuni miei studi. Per il potenziamento energetico ed una diminuzione della nostra dipendenza dall’estero, dobbiamo considerare centrali più efficienti e meno inquinanti, e soprattutto occorrerebbe più convinzione sull’uso delle risorse rinnovabili. Ma il nucleare rischierebbe di trasformarsi in una mossa devastante: ormai in Italia abbiamo perso buona parte del know-how necessario, senza contare gli enormi costi per la riattivazione delle centrali dismesse, per il ciclo del combustibile e lo stoccaggio per il quale dovremmo comunque ricorrere all’estero.
Saluti.
Ho parlato di riconsiderare, non necessariamente ricorrere. Secondo la tua analisi costerebbe dunque troppo, ma potrebbe essere forse un investimento recuperabile in una decina d’anni? Lo chiedo smaliziatamente, non sono certo esperto in questa materia.
Ben’anche si decidesse di non ricorrere al nucleare si dovrebbe comunque lavorare sin da subito su altre forme energetiche. Il mondo non sta a guardare.
; chi ha voglia di lavorare non dovrebbe fare distinzioni fra lavori appetibili o meno, ma iniziare dal primo che trova per poi migliorarsi nel tempo. Per il resto direi tutto condivisibile sempre che sia realizzabile.
Non sono propriamente un tecnico della materia, però ti posso testimoniare che, secondo un mio professore universitario (i cui articoli sono stati pubblicati anche da Libero), per inciso un grandissimo str***o, un investimento nel nucleare non si recupererebbe certo in una decina d’anni. Al di là della sua opinione, sono però convinto che occorra prendere l’ipotesi del nucleare con le molle.
Perché non chiedi un consiglio a Lapo?
Rafforzo le affermazioni di Strepto sui costi, economici e non, di un ritorno al nucleare: nei paesi dove tale fonte di energia ha ormai una solida storia alle spalle, con sempre maggior frequenza viene sollevato il problema degli alti costi di gestione delle centrali, sopratutto di quelle con una certa anzianità di servizio. In soldoni: occorre attendere almeno 10 anni prima che rendano a dovere e dopo 20-25 anni tornano a rendere poco o nulla. tralascio volutamente i costi indiretti (ambientali e di dismissione a fine ciclo). A proposito di decisione con la quale perseguire lo sfruttamento delle risorse rinnovabili: la Germania che notoriamente gode di un numero di giornate soleggiate molto inferiore al nostro (mediamente) con i pannelli solari domestici riesce a ridurre l’importazione di combustibili dall’estero del 5%. Ovviamente esiste a bilancio una specifica voce per incentivare concretamente e non a parole l’installazione di tali impianti.
Un saluto e un ringraziamento per permettere a noi poveri utenti di blog.tiscali di frequentare saltuariamente questi nobili palazzi.