Quale che possa essere il mio o il vostro pensiero circa Beppe Grillo, ritengo assolutamente sottoscrivibile la sua proposta di legge: votazione diretta dei parlamentari – la preferenza insomma; incarico per due legislature al massimo; incandidabilità dei condannati con sentenza definitiva. Perché le liste bloccate sono uno scippo democratico; perché se perdere un pugno di parlamentari di valore – che comunque, lo vediamo, purtroppo non contano un cazzo – è il prezzo da pagare per scaricare la vagonata di mediocri, il saldo è comunque largamento positivo; perché checché ne pensi il caro Luca Sofri l’assunto che lo sconto della pena saldi il “conto” con la società è una questione ideale. Già oggi è prevista l’incandidabilità a diverse cariche pubbliche di enti locali per coloro sui quali grava una condanna definitiva e mi pare che la Corte Costituzionale non abbia avuto nulla da ridire. Riassumendo: è illegale vietare la candidatura di un condannato? No. E’ inelegante? Sempre meno di un condannato che abbia la faccia di bronzo di presentarsi alle elezioni, e tant’è. Perché per ogni Enzo Tortora messo dentro ingiustamente ce ne sono almeno due che la fanno franca. E il saldo sociale, che al di là di tutti i bei discorsi che si fanno è ciò che conta, va a farsi fottere. Perché al di là delle tristi eccezioni il nostro sistema giudiziario è innegabilmente più favorevole a Caino che ad Abele. L’esistenza degli avvocati ne è la prova inconfutabile.
E già che ci sono, alle tre proposte ne aggiungo qualcune, di mio: taglio della metà del numero di parlamentari e del loro stipendio; incompatibilità con qualsiasi altra carica o professione durante il corso del mandato; abolizione del vitalizio trascorsa metà legislatura: il reddito s’andrà ad assommare naturalmente a quello passato e futuro per il computo della pensione, come per tutti gli altri italiani.
E comunque oggi mi girano i coglioni.
Il sabato precedente, l’8 settembre, prestammo giuramento. Un fra era malato e per cui gli riservammo un giuramento in forma privata. Lo facemmo marciare per la camerata agghindato come un guerrigliero arabo. Senza alcun motivo particolare. Ma la beffarda coincidenza mi è sempre rimasta impressa nella mente. Quella mattina ero appena salito in camerata, quando udii un concitare provenire dalla sala tv. Uscii un caporale istruttore: “Hanno attaccato gli Stati Uniti. E’ caduta Babilonia”.

L’incompatibilità del mandato parlamentare con qualsiasi altra professione (quindi suppongo sia pubblica che privata) mi pare qualcosa di azzardato. Certo, potrebbe essere un buon deterrente per futuri conflitti d’interessi. Ma non rischia di rinvigorire la casta dei politici di professione così detestata da Grillo?