Dopo aver sdrammatizzato l’evento passo ad un tentativo serio d’analisi: Bush ha dato più di Kerry l’idea dell’uomo forte, dell’icona cow boy, in grado di difendere l’interesse statunitense. Troppa forza secondo l’umore internazionale, la giusta forza secondo l’america ancora ferita dall’11 settembre. In mezzo c’è stata la mancata cattura di Osama Bin Laden, la voragine del deficit pubblico, i mille caduti americani in un Iraq tutt’altro che pacificato, lo scandalo Abu Grahib. Ed infatti il consenso stellare che il presidente aveva dopo il crollo delle torri si è azzerato fino ad annullarsi. Bush ha vinto sì, ma di misura: 3 milioni e mezzo di voti di differenza globali rispetto a Kerry sono rispettivamente l’1,21% della popolazione americana ed il 3,11% dei votanti. Se poi si considera che tecnicamente ha vinto per 150.000 voti di differenza in Ohio non si può negare che gli Stati Uniti siano perfettamente spaccati a metà.
Gli Stati Uniti si considerano in guerra e Bush si è sempre dichiarato _ efficacemente _ presidente di guerra. Kerry invece ha tentato di costruirsi un’immagine maggiormente diplomatica, pronto a riprendere un più forte multilateralismo. Per questo era il candidato del resto del mondo, per questo non era il candidato della profonda america a cui, per essere schietti, del multilateralismo importa assai poco. Ma Kerry aveva contro non solo un’immagine effettivamente nebulosa ed altalenante (e diciamoci la verità, una gran faccia da bolso), ha pure impostato malamente la campagna elettorale, puntando inizialmente sui suoi successi militari (sino a diventare quasi una barzelletta), poi sui temi sociali ed economici, ma non quelli su cui ci fosse ampio consenso, bensì quelli scottanti e su la nazione era già di per sé spaccata. Solo all’ultimo Kerry ha tentato di allinearsi all’immagine presidenziale focalizzandosi sulla questione della guerra al terrorismo. Troppo tardi.
O forse, come già ho ipotizzato, fu troppo tardi già il 2 marzo, il big tuesday, in cui Kerry si avviò definitivamente a vincere le primarie contro il più giovane e carismatico Edwards. Non a caso il dibattito tra il giovane senatore del North Carolina ed il vicepresidente Cheney è stato assai più interessante di quelli tra i due candidati presidenti. Edwards aveva dalla sua la giovinezza, il carisma ed il carattere che a Kerry sono mancati. E se di Kerry, tra quattro anni probabilmente non si sentirà più parlare, mi auguro non accado lo stesso per il candidato vicepresidente.
Ma attenzione, non si può ridurre la vittoria dei repubblicani alla sola questione degli errori dei democratici. In molti sostengono che LA vittoria, intesa come il colpo di reni finale che ha impalmato Bush, sia da attribuire a Karl Rove ed alla sua abilità a portare al voto più di 4 milioni di cristiani conservatori del profondo Sud che nel 2000 avevano disertato il voto.
Ma la vittoria sarà per Bush anche un esame: avendone la facoltà, dovrà ora saper dimostrare al mondo intero di saper correggere i gravi errori del suo primo mandato, questione irachena in primis. In questo senso la sua rielezione è un grande atto di fede. L’augurio che gli faccio volentieri è che possa dimostrare che non è stata una fede malriposta.
E per noi cambia qualcosa? A pelle direi che la vittoria di Bush è politicamente un vantaggio per l’Italia: se avesse vinto Kerry il nostro paese avrebbe probabilmente perso qualche posizione nell’ordine delle amicizie statunitensi, dovendosi maggiormente concentrare il democratico a ricucire le alleanze incrinate, Francia, Germania e Spagna. Non solo: la vittoria di Kerry avrebbe messo in imbarazzo anche la nostrana opposizione, sua tifosa più per necessità che per convinzione, per via della questione irachena. Lo sfidante aveva chiaramente espresso la volontà di restare in Iraq, al contrario della continua spinta al disimpegno della GAD. Come avrebbe gestito la sinitra questo imbarazzo politico? Non lo sapremo mai, avendo vinto Bush le elezioni.
A lui l’onore delle armi quindi, con l’augurio che alla forza si affianchi la saggezza.