Se stessimo guardando un film, anche un pessimo film, sapremmo che il tizio che esulta frettolosamente per la morte del mostro farà una gran brutta fine perché il mostro non muore mai subito. Insomma, sarebbe estremamente simpatico che per il centrodestra questa fretta elettorale si rivelasse in una sconfitta o, ancor più gustosamente, in una vittoria di misura. Uno, due senatori, giusto per vedere con quale faccia di merda giustificherebbero il ricorso al sostegno dei ai senatori a vita contro cui han detto peste e corna per due anni. Ma per carità, a parti inverse, mutatis mutandis, sarebbe stato identico. E questo è il primo grande male della politica italiana: il bipolarismo non ha prodotto due valide alternative di governo, ma due percorsi alternativi verso il declino. CONTINUA »
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I conti in tasca (la farsa dei 7 milioni di firme)
Allora. Berlusconi sostiene di aver raccolto 7.027.734 firme (6.800.000 nei gazebo, 71.580 via telefono e 156.154 su rivotiamo.it). Bene. A Verona, per bocca del coordinatore cittadino di Forza Italia Giorgio Gugole, ne sono state raccolte poco più di 8.000. A fare il conto più favorevole possibile a Berlusconi, il rapporto tra firme e popolazione, 8.000 / 256.541, è uguale a 0,03. Il 3%. Rapportato su scala nazionale il 3% di 58.147.733 è 1.744.432. Un milione e settecentorotti mila. C’è però che Verona, ricco Nord Est non certo amico del governo Prodi, sia una città solidamente di destra o, per lo meno, non di sinistra. Alle ultime comunali il candidato del centrodestra Flavio Tosi è stato eletto con il 60,75% dei voti. Ciò significa che, seppur questi calcoli siano ovviamente da prendere con le pinze perché Verona non è certo un campione statistico perfetto per l’Italia, è fortemente probabile che la percentuale di firmatari a Verona sia maggiore rispetto alla media nazionale. Per cui, ipotizzato che le 8.000 firme a Verona rappresentino il 60,75% dei consensi veronesi, e correggendo il dato per ricondurlo ad una media pilatesca nazionale del 50/50, otterremo 6.584 firme. Su 256.541, per 58.147.733 uguale un milione e mezzo di firme.
Che, signori, sarebbe pur sempre un degno risultato. Il fatto è che, se sulla base di un calcolo onesto, è probabile che le firme siano un milione e mezzo, ma me la si vuol menare che siano 7 milioni, per quale motivo dovrei ritenere che le firme veronesi siano 8 mila e non mille?
I’m all in
Premesso che alla fine della sera il due volte presidente del consiglio e multimiliardario è lui (leggi: c’avrà ragione, no?), sta cosa del partito del Popolo della Libertà, o come diavolo si chiamerà, mi sa tanto, per fare un paragone pokeristico, di uno che punta tutto su un bluff evidente. Dico evidente perché a ’sti milioni di firme (10, 100, 1000 milioni di firme!) non ci crede nessuno. Ed è forse proprio perciò – eppure trovo assai curioso, voi no? – che nessuno dei grandi quotidiani italiani, Corriere della Sera, la Repubblica, il Sole 24 Ore, si sia preso il brighino di andare a chiedere di conto, di queste firme.
Ed è chiaro che questa mossa non sia affatto rivolta alla sinistra, ma ai suoi. Ai suoi elettori, per rigalvanizzarli, e ai suoi alleati, quale Power Play: guardate che comando ancora io e senza di me voi non contate un cazzo
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Perché il fatto qual’è: è che a poker, per quanto tu possa essere sicuro, non sei mai del tutto sicuro. Berlusconi è pur sempre il chip leader
The Insider
Su Verona Blog un caso di inside citizen journalism.
Il problema non è nemmeno la scelta
Altri splendidi casi di pubblici dipendenti fannulloni offertivi da Gian Antonio Stella. Il fatto che siano una minoranza (?) non riduce la questione di principio del problema: fosse anche uno solo su tre milioni, deve esserci un chiaro regolamento che consenta di mandarlo a casa a calci nel culo. Letteralmente, intendo.
Nutro però forti dubbi che la soluzione possa venire da un governo di centrosinistra che abbia una componente massimalista con un peso così fondamentale per la stabilità della coalizione. L’alternativa, e, in realtà, il referente naturale, sarebbe piuttosto il centrodestra. Ma tre milioni di voti sono sempre tre milioni di voti. Ed inoltre AN ed UdC sono partiti fortemente statalisti.
Per cui mettetevi il cuore in pace: centrosinistra o centrodestra, quelli resteranno sempre con il loro grasso culo ben piantato sulla sedia.
Worst of both worlds
Ricordo un fondo di non so chi sul Corriere che evidenziava uno dei benefici del bipolarismo: poiché ogni schieramento avrebbe presumibilmente fatto riforme di sviluppo a favore del proprio elettorato e tagli nei confronti quello avverso, l’alternanza politica avrebbe garantito sviluppi e tagli di qua e di là. Perfetto no?
Se non fosse che l’ipotesi tace sulla non poca remota possibilità che un governo cancelli del tutto o quasi le misure di quello precedente con l’effetto che i governi si susseguino e noi si resti sempre al palo. Vi è poi un altro problema per nulla indifferente: la volontà di governare, come alternativa alla volontà di ottenere consenso. Che non vuol dire, come ha detto Prodi, scontentare tutti; più semplicemente è sufficiente qualcuno.
Stringendo, nella migliore delle italie possibili: il centrodestra avrebbe dovuto liberalizzare e operare sui baracconi pubblici; il centrosinistra avrebbe dovuto operare sui privilegi delle caste, una per tutte: i notai, (senza però annullare le buone liberalizzazioni del centrodestra) e sostenere le classi più deboli (senza però reintrodurre gli insensati privilegi dei pubblici dipendenti).
Invece
Perché nella situazione in cui ci troviamo e, soprattutto, nella situazione in cui si trova il pubblico impiego
Scalfarotti del centrodestra cercasi
Salvo smentite dell’ultim’ora pare proprio che si faranno le primarie anche nel centrodestra. Ora il mio pensiero a proposito è lo stesso di quello espresso da Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera di domenica: è credibile pensare che, se come assai probabile saranno vinte da Berlusconi, gli alleati poi, come dovrebbe essere, si allineeranno zitti e muti sulla linea dettata dal Cavaliere? La coerenza sarebbe un suicidio politico, bel paradosso vero? Avrebbe avuto un senso se la cosa fosse stata lanciata da Berlusconi, come ha fatto Prodi per rafforzarsi, l’assurdo è che invece la proposta – la cui soluzione ragionevole è la sottomissione – viene dall’UDC che da mesi a questa parte piccona quotidianamente il premier. O si stanno e ci stanno tutti prendendo per il culo o mi sa che qui qualcuno ha fatto molto, molto male i conti.
Tra meritocrazia ed equità
Mi ha particolarmente colpito un passaggio dell’articolo di Marina Zanolli sul Corriere del Veneto di oggi, in merito all’agitazione dei dipendenti comunali a Verona alla prospettiva della cancellazione dei premi di produzione:
All’assessore certo non sfugge il fatto che un’amministrazione di centrosinistra non può andare dritta a testa bassa sulla via meritocratica.
Ecco, questo è un buon modo per perdere le elezioni o comunque offrire un servizio di pessima qualità alle istituzioni. Nessun può negare che gli uomini abbiano differenti caratteri, qualità e meriti e quindi differentemente vadano trattati. Non sto parlando di stilare meccanicamente una classifica, ma riconoscere, com’è di fatto, che ci sono persone che più di altre si impegnano, che ci sono persone più oneste di altre, che ci sono persone più buone di altre. Non siamo ipocriti, nel concreto lo facciamo tutti: non scegliamo forse chi frequentare, valutando gli uni e gli altri? Ed allora perché non lo si dovrebbe fare sul posto del lavoro, dove a maggior ragione si dovrebbe valutare la capacità operativa della persona? Il pubblico impiego non può essere un calderone d’assunzioni clientelari o di comodo. Proprio per la sua natura pubblica deve avere come primo fino il servizio d’eccellenza ai cittadini e ciò richiede impiegati di eccellenza e quindi un processo di selezione.
Il centrosinistra rivendica un’attenzione maggiore rispetto al centrodestra verso la questione sociale, ma questo non significa trattare tutti allo stesso modo, come d’altro canto non deve significare interessarsi solo dei vincenti, perché la questione della meritocrazia è complessa. Il Presidente del Consiglio, in merito alla riforma fiscale, ha sostenuto che sarebbe sensato cominciare a ridurre le aliquote per i redditi alti poiché prodotti da persone più brave e meritevoli. Io ho opposto che sarei interessato a conoscere quale sia il merito di John Elkann che certamente guadagna più di me. A parte l’essere nipote del fù Avvocato, il quale non è questione di capacità, ma di genetica.
Ecco dove sorge il problema: le capacità di un uomo sono necessariamente formate anche dall’ambiente in cui cresce. Una famiglia solida, affettiva, brillante e facoltosa con maggior facilità consentirà una crescita piena di stimoli, rispetto ad una famiglia problematica. Non è la regola, esistono varianti anche clamorose in un senso o nell’altro, ma è una buona norma d’approssimazione. Essendo questa tendenza di natura è impossibile da alterare, ma si può (e si deve) operare per migliorare la condizione di vita delle famiglie più disagiate, in modo da dare il via ad un circolo virtuoso di elevazione sociale.
Se quindi dico sì ad una franca valutazione operativa sul posto del lavoro – e conseguente riconoscimento del merito – perché il suo senso è la qualità del servizio che si offre, non la sistemazione del lavoratore, parimenti si operi ad un rafforzamento della base del sistema sociale, famiglie ed istruzione. Ecco perché sono sbagliati i soldi a pioggia: si premino i più virtuosi ed il resto sia destinato a servizi sociali fondamentali. A meno che questi compensi non siano di fatto un rafforzamento di uno stipendio considerato insufficiente. Ma allora è di un’altra questione di cui si sta parlando.
Questo il compito di una amministrazione di centrosinistra, come di centrodestra, perché non è filosofia di parte, è filosofia sensata.






