Una riforma dello Stato che tenga conto di esigenze locali non è semplice. Tutto sommato il sistema attualmente in vigore non è male. Tuttavia la devolution leghista rischia di complicare e non perfezionare il sistema.
L’idea di un “Senato delle Regioni” avrebbe un sincero senso federale se fosse perfetta rappresentanza delle politiche regionali. Ma allora, più che un elezione diretta, che porterebbe ad una spartizione dei seggi tra i due poli, sarebbe più calzante la designazione diretta e totale dei senatori da parte degli stessi governi regionali: ogni maggioranza regionale cioè, conquisterebbe tutti i seggi spettanti alla propria regione, in modo che non possa verificarsi un’ipotetica paradossale opposizione tra il governo regionale e la sua rappresentanza nel Senato Federale.
Ciò però potrebbe, oltre a togliere a tale camera la designazione diretta, generare in essa una maggioranza opposta a quella della prima. Tale situazione potrebbe funzionare unicamente se compiti e prorogative delle due fossero perfettamente delineati, pena l’ingovernabilità dello Stato, il che non può essere concesso. Si dovrebbe quindi tracciare una perfetta linea tra i poteri delle due camere. Ma ciò significherebbe trasferire pieni poteri costituzionali alle regioni, e non più “semplici” deleghe. Dobbiamo allora chiederci se l’Italia è pronta per una svolta del genere.
La risposta è semplice: no. Lo spirito di patria già è traballante, rinforzato unicamente durante parentesi di comuni successi o lutti. Tale riforma, temo, oltre ad essere tecnicamente complessa, diluirebbe ancor maggiormente la coesione nazionale. E d’innanzi ad un futuro che viceversa chiede maggior compattezza, tale situazione ci indebolirebbe.
Esiste però una alternativa che possa far convivere in qualche modo esigenze nazionali e locali e che sia sinceramente democratica.
Abbandonare anzitutto il bicameralismo praticamente perfetto, che allo stato delle cose non ha alcun senso di esistere, e introdurre un unicameralismo che inglobi concretamente le esigenze locali. Il nome di tale camera sarà Senato della Repubblica.
Saranno impedite o comunque fortemente ostacolate le candidature paracadutate dall’alto, legando concretamente il rappresentante al territorio tramite il requisito di almeno 2 anni e 6 mesi di residenza e domicilio in loco; cioè una presenza effettiva e non tecnica al solo fine di potersi candidare. Va da sé che chi dovesse entrare in Parlamento, a posteriori non potrebbe ovviamente dimorare 24×7 ove candidatosi. Ma resterà legato al territorio in forza dell’obbligo di un giorno di udienza agli elettori in loco d’elezione. Comprendo che tale norma potrebbe risultare scomoda per chi, per necessità personali, avesse in mente un trasferimento. Ma, vista la delicatezza e l’importanza dell’incarico pubblico, il candidato dovrà essere porre necessariamente in secondo piano le esigenze personali, se vuole accollarsi tale investitura.
Il numero dei senatori sarà funzionale alla popolazione regionale, in numerosità di 1 ogni 100.000 abitanti, assunto il bilancio demografico ISTAT, persi i resti, in modo da rappresentare effettivamente il peso demografico e quindi il principio democratico. I senatori saranno eletti su base provinciale, sempre in numerosità di 1 ogni 100.000 abitanti. I seggi restanti, posti tutti i resti demografici provinciali, saranno assegnati, a scalare, a partire dalla provincia il cui resto sia più alto.
Vediamo un esempio, nel Lazio:
| Provincie |
Popolazione |
Seggi (netti) |
Resto Pop. |
Seggi (resto) |
Seggi (totale) |
| Viterbo |
295.702 |
2 |
95.702 (1°) |
1 |
3 |
| Rieti |
151.782 |
1 |
51.782 (4°) |
- |
1 |
| Roma |
3.758.015 |
37 |
58.015 (3°) |
1 |
38 |
| Latina |
512.136 |
5 |
12.136 (5°) |
- |
5 |
| Frosinone |
487.504 |
4 |
87.504 (2°) |
1 |
5 |
|
5.205.139 |
49 |
|
3 |
52 |
dati al 31/12/2003
Il Lazio ha una popolazione di 5.205.139 abitanti, ergo elegge 52 senatori. Essi sono eletti su base provinciale. Il primo calcolo, netto, da un totale di 49 senatori. I 3 restanti sono attribuiti, in ordine discendente, alle provincie con il maggior resto di popolazione tolti i multipli di 100.000 (cioè il numero netto di senatori). Nello specifico i 3 mancanti sono quindi attribuiti a Viterbo, a Frosinone, a Roma, giungendo al totale regionale di 52.
Questo quindi la composizione del Senato della Repubblica allo stato attuale:
| Regione |
Popolazione |
Senatori |
| Valle d’Aosta |
122.040 |
1 |
| Piemonte |
4.270.215 |
42 |
| Lombardia |
9.246.796 |
92 |
| Liguria |
1.577.474 |
15 |
| Veneto |
4.642.899 |
46 |
| Trentino – Alto Adige |
962.464 |
9 |
| Friuli – Venezia Giulia |
1.198.187 |
11 |
| Emilia – Romagna |
4.080.479 |
40 |
| Toscana |
3.556.071 |
35 |
| Lazio* |
5.205.139 |
52 |
| Umbria |
848.022 |
8 |
| Marche |
1.504.827 |
15 |
| Abruzzo |
1.285.896 |
12 |
| Molise |
321.697 |
3 |
| Campania |
5.760.353 |
57 |
| Puglia |
4.040.990 |
40 |
| Basilicata |
597.000 |
5 |
| Calabria |
2.011.338 |
20 |
| Sicilia |
5.003.262 |
50 |
| Sardegna |
1.643.096 |
16 |
| Totale |
57.888.245 |
569 |
Per colmare il resto tra il numero di senatori teorico (578) ed il numero calcolato su base regionale (569), ogni governo regionale nominerà 1 senatore aggiuntivo (potrebbe essere lo stesso governatore regionale), portando il totale a 580.
La camera così costituita avrà un effettivo senso federale, rappresentando concretamente la densità demografica, e perfezionando quindi il principio democratico.
Sarà introdotto un ulteriore principio di verifica democratica: la fiducia di metà mandato. A metà legislatura, avendo avuto tempo per ponderare la bontà dell’operato dell’esecutivo, gli elettori saranno chiamati a rinnovare la fiducia al governo, tramite un secco sì/no. In caso di sfiducia, le camere sciolte e si andrà a nuove elezioni politiche.
Un grazie a .mau. che mi ha fatto notare la piccola dimenticanza della Regione Lazio nel conteggio totale. Potrei tentare di discolparmi sfacciatamente, imputando l’errore ad una manomissione nottetempo di un leghista avverso a Roma ladroma.